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La Storia di Cervinara
e Le Nostre Origini....
In mezzo all'ampia
vallata, che da Airola si estende fino a Roccabascerana, di rimpetto al
massiccio del Taburno, si trova una collina sulle cui falde si posa dolcemente
Montesarchio. Ivi, fra Bonea e Ceppaloni, era Caudium, che diede nome alla valle
ed ai popoli caudini che l'abitarono ai tempi dei gloriosi Sanniti. Errano
coloro che vogliono Caudio in altro sito perché fu ben determinato dall'Antonino
nel suo antico itinerario nel quale lo descrive a 12 miglia da Benevento,
esattamente a 9 miglia e 3 quinti dei tempi moderni che intercorrono tra
Benevento e Montesarchio, essendo il miglio romano quattro quinti del nostro.
Del resto, i ritrovamenti dei resti della Villa di Cocceo, proprio a Bonea,
confermano oggi questa antica tesi. Caudio era una città importante, ai
laboriosi tempi dei Sanniti, che aveva disposti tutt'intorno una corona di molti
templii. Uno di essi era dedicato alla dea Cerere, e da Cereris ara dovette
derivare il nome di Cervinara, paese sorto intorno al tempio di cui si vede
ancora qualche colonna, per metà interrita, avanzi di una antica grandezza,
nella zona di Santa Maria della Valle e di Castello. Anche se altri pensano ad
un'origine dovuta ad una cella vinaria, nessuna ipotesi può comunque
considerarsi certezza storica. Un'altra, per esempio, è quella di Domenico
Capolongo, secondo il quale fu proprio una mandria di cervi di questa enorme
zona boscosa a dare il nome all'abitato. L'unica a combaciare sarebbe la
denominazione di Cervinaria, utilizzata in un'antica cronaca del monastero di
Farfa che ivi possedeva un fondo, che però ci fa pensare ai cervi volanti, a
degli insetti, alle acque paludose, e quindi avvalorare uno storico che quando
scriveva di Cervinara parlava di "aria mediocre". Né gli animaletti con le
corna, né l'aria poco salubre però ci piace. E se proprio anche a noi tocca
azzardare, per scegliere una via di mezzo, parleremo di una distesa campestre,
un'enorme aria, color cervino e per questo cervinia. Comunque sia, convertito
alla fede cristiana il Tempio di Cerere, sorsero intorno ad esso nuovi nuclei
abitati di servi della gleba che andarono ad unirsi alle case già esistenti, se
esistenti. Con l'invasione dei Longobardi, su una collina poco distante, fu
edificato un maestoso Castrum, una fortezza solo militare, di cui, fra
distruzioni e rifacimenti, ancora oggi è possibile ammirare i resti. Attorno ad
essa si strinsero nel tempo i contadini per sfuggire alle incursioni delle bande
di briganti e malandrini, formando il nuovo nucleo abitato di Cervinara: il
Castello. Siamo ormai alla nascita dei Casali (più o meno i nuclei che vediamo),
allorquando, altri nobili vassalli, con al seguito intere famiglie di contadini,
giunsero nel tempo ad occupare le terre poco lontane cedute a terzi per
lavorarle e produrre economia per conto del loro signore, abate o feudatario che
sia. Presero così corpo i Casali degli Ioffredi, dei Ferrari, degli Scalomoni,
dei Salomoni (che ebbero nome dal ceppo delle famiglie che li abitarono), fino
ai villaggi dei Pantanari, di Trescine, Pirozza, San Marciano e di altre zone
occupate dalle famiglie che erano alle dirette dipendenze del feudatario del
Castello della Terra di Cervinara. I discendenti di quegli ex castellani, ex
casalini e delle nuove famiglie seicentesche giunte con la bella nobiltà
napoletana, danno ancor oggi vita alla cittadella di Cervinara, capoluogo di
mandamento nel 1800, con quasi 8.000 abitanti, su un territorio di 1737 ettari
collocato a 284 metri sul livello del mare. Vini, frutta, cereali e i rinomati
pioppi di Cervinara hanno fatto il giro dell'ex Regno delle Due Sicilie, da un
paese che, già nel secolo scorso, si vantava di avere sul territorio i servizi
periferici del governo, dalla Pretura all'Ufficio del Registro, dalla stazione
dei Carabinieri alla Brigata della Guardia di Finanza. Strade basolate sempre
pulite, belli edifici e comodi mezzi di trasporto per Avellino, Benevento e
Napoli, fanno da sempre di Cervinara il fiore all'occhiello della Valle Caudina.
Libero adattamento da Giuseppe Pennetti
Di Cervinara si fa menzione, la prima vol ta, nella Cronaca del Volturno (Chronicon
Vulturnense) riportata dal Di Meo negli Annali, dove si legge che, nell'anno
837, gli ex duchi longobardi di Benevento (era principe Sicardo, succeduto al
padre Sicone), in cambio di alcune terre e chiese date ai frati del monastero di
San Vincenzo al Volturno, presero da essi, fra gli altri beni, il Castello di
Cervinara (inteso come Castrum, ovvero borgo militare racchiuso dalle mura nel
paese dei Caudetani=Caudini, sorto intorno al Castello o ad una torre di
avvistamento), sito presso le forche Caudine, ossia "Castrum quod dicitur
Cerbinaria in Caudetanis".
Più che un Castrum da difesa di proprietà dei monaci, bisognerebbe però parlare
della terra dove ricadeva il Castello dei Caudini, probabilmente fatto costruire
dagli stessi Longobardi che, dopo l'entusiasmo della conversione al
cristianesimo, rivendicarono l'acquisizione delle terre conquistate dai loro
padri. Territori dove, fin dai tempi dei Sanniti, non erano mancati degli
insediamenti indigeni, ovvero degli Oppidi recintati da mura, costituiti da
case, stalle e animali. Sui resti di alcuni di questi Oppidum erano poi sorte
delle fortezze a protezione delle distruzioni operate dai Romani. In verità,
alcuni sepolcreti della zona, che hanno restituito strutture murarie e materiali
architettonici, testimoniano una presenza anteriore al III secolo a.C.,
relativamente a Ville rustiche esistenti nella zona di Valle e di Castello, le
famose Starze (di cui spesso rincontriamo il nome nelle frazioni dei nostri
paesi), o stazioni, costruite per il riparo, di uomini e animali durante gli
spostamenti da Oppidum ad Oppidum sannita. Le stesse, quasi sicuramente, ma è
una convinzione tutta nostra, servirono poi da riparo a legionari e postali che
si spostavano da città a città romana, assumendo le sembianze di ville, delle
ville-masserie appunto, fulcro amministrativo dei grandi appezzamenti terrieri e
montani che mantennero più o meno le divisioni che riscontreremo con le corti
longobarde. In alcuni casi erano affidate a sacerdoti direttamente
dall'imperatore. Essi avevano il compito di pregare per gli dei e per Roma,
ereggendo un tempio e creando un culto alle divinità pagane anche sui più remoti
territori conquistati. Su quei latifondi, suddivisi ed affidati ai patrizi
romani che avevano combattuto e vinto i Sanniti, nacquero ancora delle vere e
proprie ville coloniali a vista o a guardia della strada principale, come nel
caso dell'Appia. Non era necessaria la presenza dell'acqua potabile, in quanto i
romani erano maestri ad incanarla direttamente dalle sorgenti di montagna (ischie)
attraverso dei cunicoli sotterranei, creando degli sfiatatoi in superficie,
quelli che ancora ritroviamo e chiamiamo pozzi chiusi, collegati
perpendicolarmente fra loro. Abbiamo infine le tombe dei patrizi, costruite sui
colli più alti, oltre le colonne e le pietre miliari, sempre lungo grandi strade
come l'appia. Nei pressi di questi sconvolgimenti dell'aspetto naturale del
territorio (la città di Caudium, i vari Oppidi sanniti, Starze, Ville romane,
Ville patrizie, Tombe e Templi), e più specificatamente sui resti degli stessi,
le civiltà si sono sovrapposte alla meglio negli secoli, fra una distruzione e
l'altra, dopo una grande o piccola battaglia, una sterminante o leggera
epidemia. Scegliendo ora una Villa, ora un Oppido, ritornando casomai alla
Starza, o facendo tappa su un tempietto, le poche tribù di Caudini sopravvissero
con la pastozia e la caccia negli anni più bui, finché non furono accolte nelle
braccia della Chiesa di Benevento, ovvero restando nei territori che abitavano,
dove aveva giurisdizione il potere temporale della Chiesa. (Che era già della
Chiesa di Roma, che fosse stato in qualche modo Terra di Gerusalemme o di
Bisanzio, in questo periodo così nero in quanto a notizie, è solo un
particolare.) Diciamo che alcuni ordini religiosi, di origine a noi ignota, ma
di diramazione beneventana, provvidero ad inviare dei monaci per costruire
Chiese a destra e manca, delimitando i propri beni. Per coltivare quei terreni
fu poi necessario l'impiego di intere famiglie di servi della gleba. I poveri
eremiti, non avendo mezzi a sufficienza per edificare Cappelle, quasi sempre si
ritrovarono ad utilizzare materiali di risulta preesistenti. E di che cosa
servirsi se non di pietre, ferri e legni provenienti da tombe, strarze
eccetera?! E come chiamarli quei luoghi se non coi nomi naturali che già
avevano, legandoli ai simboli o ai culti che li avevano preceduti? Il metodi
seguito fu lo stesso, per molti secoli, nel 500 come nel 1000. (Ad esempio, per
il monte Vergine sarebbe nato il culto a Santa Maria Genitrice di Dio sita a
valle, zona Embreciera di Summonte, al confine tra la Contea di Avellino e
quella di Benevento, dipendenza beneventana di San Modesto. Sulle tombe
ritrovate, qualche volta gridando al finto miracolo, del tipo San Modestino di
Mercogliano, forse mai esistito in quanto la tomba era di un soldato romano, con
tanto di iniziali sopra, o come successe posteriormente con Santa Filomena,
anch'essa mai vissuta.).
Attorno a delle piccole chiese, tanto per essere semplici, abbiamo detto che
giunsero dalle abbazie centrali delle famiglie monastiche prima e dei vassali
con i servi della gleba poi, per dissodare, coltivare e creare rendite. Quando
si cominciarono a conoscere e suddividere i latifondi, a Benevento si pensò bene
di vendere, permutare, cambiare, unire e via discorrendo, terreni, e famiglie di
vassalli (che nel mentre avevano fatto nascere dei Casali abitati dai contadini)
ad altre Chiese, orfanatrofi o privati cittadini liberi delle varie province
sannitiche. Un paradiso quasi terrestre, insomma, che era stato sconvolto
dall'arrivo dei barbari a Benevento. Ma l'opera dei cristiani, diffusasi ormai
nelle città e nei luoghi di culto più grandi, aveva convertito perfino i
Longobardi beneventani che, nei primi anni, non seppero far altro che costruire
fortezze militari, guardandosi in cagnesco l'uno contro l'altro.
Innamoratisi poi i principi del monastero femminile della Chiesa di Santa Sofia,
si convertirono al cristianesimo e continuarono ad abitare i loro freddi
Castelli per far costruire armi, ponti, strade e muraglioni e permettendo alla
Chiesa di amministrare i territori assoggettati.
I Longobardi, nel frattempo, esauritosi l'entusiasmo iniziale dell'assoluzione,
non sapendo che fare, dovettero scocciarsi e cominciarono a vantare qualche
diritto. Anche perché i tempi cambiavano e c'erano altri barbari, più barbari di
essi, che tagliavano le teste e venivano dall'Oriente. Il Castello di Cervinara,
prima dell'837 era dipendente dall'abate di San Vincenzo al Volturno, ma la
proprietà della fortezza militare - lo pensa Barionovi - dovette essere dei
Bizantini. Di certo appartenne ai principi longobardi di Benevento e seguì la
sorte di questa città finché restarono i Longobardi nella terra beneventana
della Chiesa. Con la comparsa dei Saraceni nella zona, chiamati dai Napoletani
contro Sicardo, erano nati Castelli a destra e a manca per proteggere le case
dei contadini che tendevano ad avvicinarsi alla cinta del Castello per sentirsi
protetti. Scontri violenti fra gli invasori, calamità, distruzioni: sono
duecento anni in cui nessuno sa cosa successe. Di una curtis nel Castello di
Cervinara, però, si parlerebbe in un documento dell'anno 1000 dell'abbazia di
Santa Sofia di Benevento. Fu allora che devono essere nate anche le annesse
chiese di San Filippo, già distrutta alla fine del 1500 in quanto si accenna
appena ad una selva, e di San Giovanni in Castro (ovvero in Castrum=Castello).
Di certo esisteva la Chiesa di San Nicola (dettaparrocchia nel 1655) con una
attigua Curtis, entrambi site nel Castello di Cervinara. Giunti i Normanni, la
Valle Caudina e tutti gli ex Oppidum sanniti sopravvissuti ai Saraceni in essa
racchiusi furono da Re Ruggieri (o Ruggero II) dati in dote alla sorella Matilde
de Hoteville, che sposò Rainulfo Butterico conte di Avellino. Ruggiero era il
primo re normanno della Sicilia, figlio di Ruggeri I principe normanno, il
quale, fatto prigioniero papa Innocenzo II, da lui si fece cedere il ducato di
Puglia e il principato di Capua.
Dopo il 1108, in cui si parla nuovamente del Castrum inteso come fortezza, si sa
qualcosa anche del Castellum: un agglomerato abitativo (borgo fortificato)
comprendente case coloniche, casalia hominum, ai tempi, appunto, della
dominazione normanna.
Successe poi che Castello e borgo dovettero essere distrutti dagli invasori, in
quanto la terra fu assorbita dal vicino Castello di Arpaia che il conte Normanno
aveva scelto come sede politico-amministrativa dell'intera Contea. Castello che
dovette accogliere anche i casalini superstiti veri e propri di chissà quale
battaglia se è vero che nel 1127 si parla di ex Castello, zona in cui la Chiesa,
approfittando dei litigi comitali, incrementò l'invio di monaci, per nuove e
vecchie fondazioni ecclesiastiche, con al seguito intere famiglie di casalini da
utilizzare per dissodare le terre. Cervinara dunque, guardata da due militi,
ricadeva sotto il comando di un conte, il comes Malcerius, al quale (se non si
tratta della stessa persona successe Malgerii o Malgerio), ma non era feudo a
sé, era parte integrante, quindi suffeudo, con Arpaia, dove, dopo il 1150, aveva
il suo demanium Roberto Sansoni de Molino (o De Molinis), signore di Arpaia e
Cervinara. Null'altro apprendiamo dal catalogo dei baroni Normanni su questo
periodo, essendo annoverato solo Arpaia, in quanto mai è citato un Castello di
Cervinara, bensì solo il feudo di un milite. Il Di Meo riferisce che nel 1132
Matilde de Hauteville venne in rottura con Rainulfo, rifugiandosi dal fratello a
Salerno, con il quale si lagnò e protestò in quanto non voleva più unirsi al
marito, dal quale rivoleva indietro la dote. La già nota contesa fra Re Ruggieri
ed il conte di Avellino a questo punto si inasprì e il conte, con un esercito di
3.000 cavalieri e 40.000 fanti, si recò nei suoi Castelli della Hauteville in
Valle Caudina (non è detto Cervinara), dove aspettò l'assalto del cognato.
Guerreggiò per ben tre anni, fino al 1135, quando fu sconfitto e tutte le terre
e gli oppida della Valle furono posti a sacco e fuoco, eccetto Montesarchio ed
Arpaia, unici due luoghi fortificati esistenti per certo. Con il sopraggiungere
degli Svevi, con Federico II sul trono del Regno di Sicilia, non volendosi
arrendere, la Valle Caudina fu nuovamente distrutta e messa a fuoco al passaggio
delle truppe del re, che ridussero in briciole il borgo e il Castello di
Cervinara, già ricostruito per la seconda volta da Rainulfo II. Subito dopo il
re ordinò, siamo nel 1240, che il Castello di Montesarchio fosse elevato a
dignità imperiale, come nel caso di Pietrastornina, Avellino ed altri, e quindi
ad avere giurisdizione sull'intera sotto-provincia foggiana della Valle Caudina,
per essere stati, gli altri Castelli rasi completamente al suolo, ma anche per
darsi un'immagine, un tono, adesso che c'era un potere diverso, c'era uno stato
nuovo: il Regno di Sicilia.
Nel 1240 appunto, Cervinara, unitamente a San Martino, era tenuta alla
riparazione, alla guardia e alla custodia del Castello imperiale di Montesarchio,
ove c'era un fidato giureconsulto dell'imperatore, ivi insediatosi per
l'amministrazione dei feudi e il controllo degli stessi signori, oramai tutti
fedeli di Casa sveva. Nel 1250, milite (sempre dell'ex Castello di Cervinara)
era il suffeudatario Soaldo Cappello; nel 1270, Cunsio de Morello e, nel 1273,
Bartolomeo De Luciano. A Cervinara però, anche se non c'era più una sede
politica nel Castello, era nato un primo palazzo, esistente nel 1251, detto
"Palazzo della Chiesa di San Matteo", ferma restante la proprietà del monastero
di San Gabriele di Airola, quantizzabile in ben 120 casalia hominun, costituiti
dalle case e dai naturali di quell'ex Castello addetti a coltivare la terra
della fondazione ecclesiastica di Airola. Si tratta di case sparse, come
confermato in un documento del 1273 in cui si parla di usurpazione di 15 casate
di coloni, ai danni del monastero di San Gabriele, che nella zona già possedeva
anche le tre chiese di San Celestino in Monte Virgilii, San Vitaliano e San
Felice "ubi dicitur ad Collina" (probabilmente si tratta di San Felice a
Cancello). Del monastero di San Gabriele erano anche la Chiesa di San Festo, in
località Marmora, forse alle Campizze di Rotondi, presso la strada regia.
La Chiesa di San Gennaro ai Ferrari, sita di fronte al palazzo marchesale, è
un'arcipretura esistente nel 1280 e forse anche anteriore al 1250, essendo già
menzionato un arciprete, incarico che, nel 1343, poteva permettersi di eleggere
parroci, conferire ordini e sospendere sacerdoti. Nel 1367 comparirà Santa Maria
della Valle; nel 1350 San Pietro; di un Campo San Pietro si parlerà nel 1318: i
Casali erano già nati. I Pantanari dovettero essere zona di Montevergine, il
monastero che ivi possedeva il priorato di Santa Maria delle Grazie fin dagli
inizi del 1334, allorquando abbiamo il primo priore. Il materiale col quale fu
ricostruita, però, dovette appartenere ad una Chiesa precedente, in quanto, gli
elementi lapidei ritrovati sono del 1150 circa e alcuni capitelli fanno preciso
riferimento al Chiostro di Santa Sofia di Benevento. Sappiamo poi della
donazione di una Cappella e di una riedificazione della Chiesa e campanile nel
1526. (Soppressa nel 1653, fu annessa al Seminario di Benevento e il convento e
l'annesso giardino affittati, mentre la Chiesa andò in rovina. Ricostruita fu
riconsacrata nel 1700.) Nel 1133 era di Santa Sofia anche la Chiesa di Sant'Angelo,
sita fuori la Porta delle mura del Castello, detta appunto di Sant'Angelo, come
da un documento del 1390 e dalla successiva specificazione di Castro, dopo il
1590.
San Biagio alla Collina, anticamente di monte Tolino, esisteva invece fin dal
1127.
(La Chiesa di Sant'Angelo a Pitigliano faceva parte del distretto della
parrocchia di Sant'Adiutore poco prima del 1600, ma probabilmente sita nel
territorio di Rotondi, luogo ov'era anche la Chiesa di Sant'Andrea a Pitigliano
che, nel 1700 apparteneva all'Università di Rotondi. Chiese minori come quella
di San Paolino della parrocchia di San Nicolò e Santa Marina del Fondo appaiono
più in veste di Cappelle nate per contraddistinguere la proprietà dei fondi.) In
origine, gli abitanti dei Salamuni, non era no altro che dei coloni, forse
inviati da Santa
Sofia sui possedimenti contrassegnati dalla Chiesa di Sant'Adiutore "apud Montem
Virginem" già nel 1120. Nel 1108, però, stranamente, il possesso è confermato al
monastero di San Gabriele di Airola. Comunque sia, Sant'Adiutore divenne
parrocchia prima del 1333. Molti beni di Santa Sofia erano passati -
evidentemente - da Benevento ad Airola. I monaci di San Gabriele si trovarono
così a gestire un'enorme forza di uomini e terre. Il Casale di Valle, per
esempio, esisteva nel 1273, come confermato nel 1339. Dei Pantanari si ha
notizia a partire dal 1370; dei Ferrari invece si parla nel 1300, con l'annessa
Chiesa esistente già nel gennaio del 1280.
Durante la lotta tra Re Manfredi di Svevia ed il papa, l'esercito pontificio,
comandato dal cardinale Ubaldini, si era accampato da queste parti, ritrovando
ristoro fra le varie dipendenze della Chiesa. Nelle succesive lotte con Re Carlo
d'Angiò, vi si accampò poi il regio esecito angioino, poco prima di uccidere
Manfredi nel 1266. Quasi certamente, con l'arrivo degli Angioini nel regno,
insieme al feudo, nacque l'Università dei Cittadini di Cervinara, la Terra di
Cervinara. Non sappiamo però la data certa in cui l'Università degli abitanti
aventi in comune il patrimonio, gli oneri e i debiti, si scelse anche il
simbolo, uno scudo ovale in cui sono raffigurati un cerbiatto e una stella su un
monte roccioso a tre punte, rappresentante l'appartenenza del Principato Ultra
di Montefusco, sede dov'era il giustiziere e il capitano a guerra con i suoi
servienti per la difesa della provincia. La Comune si scelse anche un
protettore, San Gennaro, da venerarsi nell'abbazia della Terra ad esso
intitolata. Il feudatario, comprati tutti i beni possibili della Terra che erano
stati incamerati dal re, permise così, volontariamente o involontariamente,
l'unità politica e territoriale. Non un cervo dunque nello stemma, ma un
cerbiatto o un capriolo. L'Università di tutti i cittadini che abitavano i
Casali sotto la giurisdizione del feudatario, oltre il diritto di eleggere dei
sindaci (come nel caso del 1272 quando erano primi cittadini Ruggiero de
Landolfo, Simone di Sasso e Ursone di Blasio) e di nominare un mastrogiurato per
l'ordine pubblico una volta l'anno, aveva il dovere di pagare le tasse, da
quella sui fuochi a quella sulla generale sovvenzione, sulla nuova moneta, sulla
difesa della provincia, sulla custodia delle spiagge del mare, come risulta dai
Registri della Cancelleria Angioina.
Erano i tempi in cui a Cervinara abbiamo notizia di un dottore-fisico, il
maestro Giovanni, e dell'avvocato Marziano. Un po' sfortunata fu però questa
comunità che, già dopo la prima grande distruzione del 1135, tardò sempre la
ripresa.
Dalle carte dell'archivio di Montevergine esistenti nel grande archivio di
Napoli, si ricava che Giovanni Sasso, arciprete di Cervinara, il 5 novembre 1399
donò a Montevergine una cappella che aveva fabbricato sotto il titolo di Santa
Maria, sita accanto alla sua abitazione, nel Casale Pantanari, oltre a due case
quali dimore di due padri da inviare al servizio della Cappella. Col tempo
l'eremo fu ampliato ed elevato a priorato da papa Paolo V il 19 maggio 1611. Da
una visita pastorale del 1526 veniamo a conoscenza che fu Fra Simone da
Cervinara a dare inizio all'attuale Chiesa, sorta su quella precedente, portata
a compimento dal monaco successore, Fra Minichiello di Cervinara, fino a
giungere a noi come ruderi appartenenti alla famiglia Verna. L'arcipretura fu
istituita prima del 1499, anno in cui abbiamo notizia di un arciprete, esistente
in verità già da prima, nella Chiesa di San Gennaro del Casale Ferrari. Questa
antichissima Chiesa, edificata nel corso del 1400, fu ampliata nel 1627 sotto
don Cesare Ragucci, finché l'arciprete Pio Piccolo, sul finire del 1700, si
elevò il titolo in quello di abate curato, con giurisdizione su più di un paese.
Morto costui, seppellito nella stessa Chiesa, ci resta da ricorare un altro
arciprete famoso, Giovanni Ghirardi, vicario apostolico e poi vescovo di
Montemarano. Ghirardi, nato nel 1656 nel Casale di Scalamoni, fu conosciuto per
la pubblicazione di due sinodi, della Vita di San Giovanni e Del modo di
governare e di un altro libro sul vivere civile: Ragguagli per ben vivere nella
vita civile. Passato a miglior vita nel 1745, fu seppellito nella Chiesa di San
Giovanni a Cervinara. La facciata della Collegiata di San Gennaro, attigua ad un
campanile a finestroni ad arco, è del tipo a capanna con due ali laterali
posteriori ed un portale di pietra del 1581, con il frontone spezzato da una
nicchia in cui è custodita una piccola statua di San Gennaro, due finestre
archivolate e due portoni laterali che danno verso l'interno a tre navate. E'
ritenuto il più antico luogo di culto, dove è possibile ammirare un coro ligneo
del 1500, l'ex cappella privata dei marchesi Caracciolo, il sepolcro marmoreo
del vescovo Giovanni Ghirardi, la tomba dell'abate Ragucci e l'altare maggiore
in marmi policromi.
La Chiesa parrocchiale è quella di Sant'Adiutore ai Salomoni, già esistente nel
1688, come nel caso della Chiesa di San Potito agli Scalomoni, degli Ioffredo,
di Valle e di San Marciano. Vi è poi il monastero dei Carmelitani con la Chiesa,
a Trescine, e il monastero di Santa Maria delle Grazie ai Pantanari, di cui
resta una cappella in rovina. Fra i Carmelitani si ritirò, nel 1693, Fra' Elia
Astorini, filosofo e medico, nipote del celebre Tommaso Cornelio, primo
matematico napoletano che, a Cervinara, aveva fondato una scuola di matematica
per giovani, come ben leggiamo nelle ricerche del Barionovi. Nel 1270, la Regia
Corte di Napoli posse deva diversi beni, in quel di Cervinara, af fidati a
Cunsio de Morello, poi al figlio Errico e, ancora, a Bartolomeo de Luciano che,
nel 1273, era stato citato in giudizio dal monastero di San Gabriele di Airola
per esseresi impossessato di 15 casate di coloni nel Casale de La Valle,
precedentemente tenuti da un Cunsio di Airola. In reatà i beni non erano
proprietà né dell'uno, né dell'altro, ma della Regia Corte alla quale
ritornarono, prima di entrare in possesso dei feudatari francesi scelti dalla
Corte per l'affidamento, da Ferrerio de Charalt prima, ad Isabella de Chauville
poi.
Carlo I d'Angiò, passato alla storia come un re prepotente e crudele, possessore
indiscusso del Regno, nel 1279, aveva concesso l'intero feudo di Cervinara ad
Isabella de Chauville, dalla quale, nel 1288, l'ebbe un altro nobile francese,
Giovanni della Leonessa, che si ritrovò molte terre incamerate dalla Regia Corte
durante la conquista fra le quali quella di Cervinara. Giovanni era maresciallo
del Regno ed aveva sposato Filippa Gianvilla, imparentata con i reali di
Francia. Nel 1283 anche il Casale di Valle venne dato in feudo a Giovanni di
Lagonessa, il quale, due anni prima, aveva già comprato da Ruggiero de Molinis,
forse un diretto discendente del signore normanno de Molinis, altri beni
feudali, ottenendo la licenza per esigere la sovvenzione dei vassalli in quanto
aveva servito il re per tre mesi quando era a Viterbo. Nel 1284 Guglielmo de l'Etendart
voleva il riconoscimento, come feudatario del milite Riccardo Cappelli (forse
discendente di Soaldo che nel 1256 era miles ex Castello di Cervinara), per i
beni posseduti in Arienzo e Cervinara. A Cappelli successe il filglio Pandolfo,
come suffeudatario de l'Etendart (detti degli Stendardo) che, nel 1303,
concedeva ai fratelli Giovanni e Francesco de Gregoriio due pezzi di terra sulla
Croce. Morto nel 1295, il figlio Carlo, generale dei presidii e quindi Gran
Siniscalco del Regno, ne ereditò i beni e sposò la figlia del conte di Ariano
Caterina di Valdimonte (de Vaudemont) dei reali di Francia, con il titolo di
maresciallo del Regno.
I discendenti della famiglia francese di Guglielmo de la Gonesse, milite di
Carlo d'Angiò al quale era stato concesso il Castello di Airola, si ritrovarono
così a dividere la proprietà: Airola a Giovannuccio e Cervinara a Carlo. Nel
1296 Carlo aveva prestato servizio militare per il possesso dei Casali di
Pandarano, Leoncelli, Campora e Valle, facendo la "soccia di Ruggiero de Molinis".
Carlo aveva generato Giovanni ed Errico, che, nel 1314, successe nel possesso
del feudo alla morte dei familiari. Errico era tenuto assai in considerazione
dalla Regina Giovanna, al punto che in molti diplomi è chiamato "affine". Nel
quinquennio dal 1316 al 1320, Cervinara fu tassata per 31 once, 26 tarì e 2
grana. Se si considera che con una grana si potevano acquistare una quindicina
di cavalli, ne risulta che era uno dei paesi più ricchi della provincia, in
quanto pochi altri erano soggetti a pagare una somma così elevata. Evidentemente
i De La Gonesse vi costruirono un palazzo cinto di mura con delle porte per
entrarvi, una delle quali era detta "porta Sancti Angeli", perché dava sul
confine della chiesa di Sanctum Angelum ad Carros. Carlo II della Leonessa fu il
primogenito di Errico, e possedé i feudi paterni nel 1325, lasciandoli poi in
eredità, nel 1350, al fratello Roberto che sposò Caterina d'Aquino, dalla quale
ebbe Errico, marito di Sveva Sanseverino.
Guglielmo Leonessa, figlio di Errico, ereditati tutti beni nel 1386, sposò
Isabella Stendardo ed ebbe il famoso Marino, che li incamerò nel 1400, a cui
successe Giovanni nel 1446 e, nel 1474, Francesco. La famiglia Della Leonessa,
una delle più illustri del Regno, aveva addirittura coniato moneta, sostenendo i
più alti incarichi del Regno, finendo con l'abitare in Napoli, alla via SS.
Apostoli, quella stessa casa che era stata di San Tommaso d'Aquino. Alfonso
della Leonessa, nipote e successore di costui, mettendosi fra i ribelli al Re
Ferrante d'Aragona, fallita la congiura, passò con tutti gli altri paesi della
Valle Caudina dalla parte del duca Giovanni, figlio di Renato d'Angiò, mentre
era in guerra con gli Aragonesi, proprio nel Sannio. Persa la guerra, fu privato
di tutti i beni che, nel 1461, furono affidati al fedelissimo Fabrizio della
Leonessa, cugino di Alfonso, che nel 1488 aveva già venduto Cervinara a Carlo
Carafa, marchese di Montesarchio e conte di Airola, ai quali, nel 1500, si
aggiunse anche Rotondi. Il Carafa sposò Eleonora della Leonessa, figlia di
Alfonso, permettendo una certa continuità nella successione per tutto il dominio
aragonese e spagnolo che declassava il Regno di Napoli, già senza Sicilia, a
Viceregno. Una volta morto Carlo Carafa, i feudi furono rilevati presso la Regia
Corte, nel 1515, dal figlio Giovan Vincenzo, il quale, fu incaricato
dall'imperatore di avere cura delle fortezze di Napoli. Ritiratosi a
Montesarchio con l'arrivo dei Francesi, Vincenzo non ci pensò su due volte e
passò dalla loro parte nell'invasione del regno e nella spedizione francese del
Lautrec Odet de Foix. Dichiarato ribelle dagli spagnoli, gli furono confiscati i
beni; morì durante l'assedio di Napoli nel 1528. Avuta la meglio gli Aragonesi,
in quell'anno, Cervinara, acquisita dal Vicerè Principe D'Orange passò alla
Corte di Napoli. Nel 1532 il re di Spagna Carlo V la donò, insieme ai suoi 11
Casali e alle 240 famiglie, ad Alfonso d'Avalos, marchese del Vasto, Gran
Camerario del Regno e capitano generale di fanteria, come ricompensa dei servizi
resi durante l'assedio di Napoli. A quei tempi Cervinara possedeva boschi e
selvaggina e produceva vino in quantità e granaglie a sufficienza: era sempre
uno dei Comuni più grandi del Principato Ultra. In più, nel 1590, fra le
proprietà ecclesiastiche beneventane, abbiamo notizia certa di beni anche presso
un altro Casale detto delli Rutundi (Rotondi). Si tratta di ben 13 chiese. Altri
d'Avalos che tennero Cervinara furono il figlio di Alfonso, Ferrante (1546), e
il nipote Alfonso II (1571) che nel 1573 vendé il feudo, unitamente a quello di
Rotondi e Campora per 17.000 ducati a Giovan Felice Scanalone (o Scalaleone) di
Teano, illustre giureconsulto e professore dell'Università di Napoli, al quale
seguì il figlio Giulio. Vale la pena di ricordare che in questo periodo
Cervinara visse un momento culturale abbastanza alto per la presenza, nel campo
ecclesiastico, di fervidi studiosi.
Il 29 maggio del 1597 ritroviamo il feudo di Cervinara nelle mani di Berardino
Barionovi, segretario del Regno, cui fanno menzione tutti gli scrittori fra cui
Toppi e Campanile, in favore del quale, Giulio, lo aveva alienato per 30.000
ducati; l'ufficialità sarebbe però avvenuta solo nel 1602, allorquando l'ebbe
Barionovi (Barrionuevo), Consigliere del Re Filippo III di Spagna e Reggente del
Supremo Consiglio d'Italia.
Questo nobile uomo donò Cervinara al figlio Francesco che aveva ottenuto da re
di Spagna Filippo III il titolo di marchese di Cervinara ma, passato a miglior
vita nel contempo, titolo e feudo ricaddero sul padre Bernardino che, nel 1606,
ottenne dal re la possibilità di mutare il titolo con quello di marchese di
Cusano, fino a vendere l'antico feudo (1607) a Beatrice Caracciolo, marchesa di
Volturara Appula, per 40.000 ducati. Nel 1608, alla marchesa successe il figlio
Giuseppe Caracciolo che, l'anno dopo, vendé all'Università di Cervinara diverse
concessioni, rendendo esenti i cittadini da alcuni obblighi feudali.
L'Università si riuniva una volta all'anno, alla fine di agosto, per eleggere
almeno tre cittadini modello tra magnifici (viventi del proprio), massari,
commercianti ed artigiani proposti dalla stessa amministrazione uscente. Il
pubblico parlamento eleggeva i nuovi, "per voce" e con alzata di mano, per
l'amministrazione annuale dei beni comuni, o della Comune, della Terra di
Cervinara appunto, detti eletti (assessori), insieme ad un cancelliere del
regno, che li aiutava nell'amministrazione delle tasse. Eppure ci sarebbe stato
un caso, nel 1777, in cui il parlamento si rifiutò di votare la formazione,
provocando la reazione dei benestanti. A Cervinara come a Rotondi vi dimorò per
lungo tempo la nobile famiglia dei Caracciolo di Sant'Eramo, prima della vendita
della Casa Palazziata cervinarese al conte Del Balzo di Presenzano, ai
discendenti del quale è rimasto quello che fu detto Palazzo Marchesale che
ancora vediamo a Ferrari. Successo nel 1623 al fratello Giuseppe, il 7 aprile
1629, Francesco sposò Porzia Caracciolo e ottenne il privilegio di mutare
nuovamente il titolo con quello di marchese di Cervinara, per sé e per i suoi
discendenti Giovanbattista, Marino, Pasquale I, Antonio, Pasquale II, Carlo,
Onorato, Marino IX marchese di Volturara e marchese di Sant'Eramo, Onorato e
Marino, che mantennero le cariche per tutto il regno dei Borboni, fino
all'abolizione della feudalità da parte dei Francesi con la legge del 1806.
Siamo ormai alle soglie del 1800 quando Cervinara comprendeva quasi 5.000 anime.
L'arrivo dei Francesi significò l'abolizione della feudalità, delle Università e
la nascita del Municipio, con degli Eletti ed un sindaco alla guida
dell'amministrazione. Non mancarono le liti presso la Commissione feudale tra ex
feudatario, Comune e privati cittadini per il pagamento di tasse e diritti
spesso finiti in disuso. Ritornati i Borboni, anche i cittadini di Cervinara si
sentirono in dovere di partecipare ai moti del 1820-21 e a quelli del 1848,
dando un valido contributo all'Unità d'Italia. Un servizio alla giusta causa
offerto anche dopo, per la cattura delle più tremende bande guidate dai briganti
Cipriano La Gala, Andrea Masi e Tommaso Romano che per molti anni avevano
saccheggiato e depredato l'intera Valle Caudina. Il paese era cresciuto,
culturalmente e praticamente, divenendo capoluogo di Circondario della provincia
di Avellino e arrivando a contare, a metà del 1800, oltre 7500 abitanti, fino a
raggiungere numero 9.000 verso la fine del secolo scorso. Che cosa abbiano fatto
i Consiglieri Provinciali del Mandamento di Cervinara, del quale Cervinara
faceva parte, che si sono succeduti dal 1861 al 1901, è difficile dirlo.
Sappiamo però che anche Cervinara era tenuto in considerazione dall'avvocato
Giovanni Finelli (1861-62), da Alessandro Campanile Cocozza (1862-67), dal
cavalier Francesco Del Balzo (1867-71) e dal barone Girolamo Del Balzo
(1871-1901). Molte le mini industrie artigianali di fine ottocento, come quelle
rappresentata da Salvatore Cioffi di Pasquale e da altri negozianti vari. Ma
vediamo nei particolari gli abitanti di Cervinara che esercitavano arti e
professioni. Negozianti di cereali erano Pietrantonio e Raffaele Cioffi fu
Sigismondo, Onofrio Cioffi fu Lorenzo, Andrea Caporaso fu Saverio, Raffaele
Cioffi fu Domenico, Isidoro e Giuseppe Cioffi di Onofrio, Michele de Dona fu
Orazio, Marco de Dona fu Giovanni, Francesco Lanzillo fu Antonio, Antonio
Lanzillo fu Francesco e Pasquale Pitaniello fu Carmine. Facevano parte della
categoria dei negozianti di stoffe Antonio e Giacomo Cincotti fu Giuseppe.
Negozianti di vino (venduto anche nella cantina di Antonio Cantone fu Pietro)
erano Raffaele Milanese fu Angelandrea e Saverio Marro fu Pietro; la neve,
pigiata a ghiaccio nelle fosse montane, era invece una specialità di Pasquale
Clemente fu Domenico che, dopo averla nascosta sotto le foglie per tutto
l'inverno, aspettava i giorni più caldi per rivenderla ai caffè e alle gelaterie
del napoletano, oltre che a quelle della Valle Caudina e alla caffetteria
cervinarese di Felice Cincotti fu Giuseppe; il sensale autorizzato per
situazioni varie era Giuseppe Cioffi fu Domenico. Diversi i negozianti di
legnami, come Filippo Ceccarelli fu Michele e Fortunato Ceccarelli fu Felice
che, dopo aver disboscato le montagne lavoravano il legno in maniera
artigianale; ricordiamo anche altri venditori come Pasquale Cioffi fu Gregorio,
Luciano De Maria fu Felice, Pasquale Fierro fu Giuseppe, francesco Iglio fu
Angelo, Pasquale Miele fu Carmine, Giovanni Pagnozzi fu Antonio e Luigi Ricci fu
Arcangelo. Tanti volti, tante storie, tanti mestieri, come l'appaltatore di
opere di fabbrica Antonio Bianco fu Stefano, il negozio di formaggi di Andrea
Taddeo fu Domenico e l'industria agraria di Nicola Tangredi di Giuseppe. Altre
aziende agricole erano quelle di Giovanni de Gregorio fu Vincenzo, Luigi Lengua
fu Nicola, Luigi, Nicola e Pasquale Marchese fu Gennaro, Luigi Iacchetta fu
Giuseppe, Orazio e Gennaro d'Onofrio fu Giovanni, Stefano Casale di Giuseppe,
Raffaele Niro fu Domenico. Mugnaio del paese era Alessandro Cioffi fu Pasquale;
Michele Schettini fu Domenico, il farmacista. Vi erano inoltre Antonio de Maria
fu Felice col negozio di coloniali, Pasquale Iacchetta fu Nicola col negozio di
spiriti, Francesco Mignuolo fu Pasquale, negoziante di frutti, e Giuseppe
Pitaniello di Pasquale, col magazzino di cuoiami. Di Cervinara conosciamo i nomi
degli esercenti l'arte salutare che, nel 1880, risultano essere medici cerusici
originari del posto: Gaspare Cecere fu Francesco, Luigi Girardi fu Vincenzo,
Clemente Mercaldo fu Francesco, Giambattista De Bellis fu Bernardo, Vincenzo
Cecere fu Gaspare, quest'ultimo laureatosi presso la Real Università di Napoli,
tra il 1830 e il 1877. Vi erano poi i quattro farmacisti locali con la cedola:
Scipione Madonna fu Domenico, Luigi Cecere fu Gaspare, Paolo Barionovi fu
Pietro, Michele Schettini fu Domenico, e la levatrice, sempre col certificato,
Anna Ragalzi fu Giambattista, che aveva acquisito cedola universitaria il 27
febbraio 1871. A quei tempi, diciamo nella seconda metà del 1800, Cervinara,
compresi i villaggi di Trescine, Salamoni, Mainolfi, Mizii, Cioffi, Pie' di
Casale, Ferrari, Pantanari, San Paolino, Ioffredo, Castello, Valle e Pirozza
contava 7147 abitanti. Il paese era abbastanza grande e commerciava in vini,
mele, pere, ortaggi, canape e pioppi, lungo la provinciale Irpina e la San
Martino Valle Caudina propriamente detta, oltre che durante il mercato
settimanale del mercoledi.
Siamo venuti a conoscenza che, nel gennaio del 1873, la pretura era retta da
Teodoro Del Grosso e dal vice Gennaro Baccalone e che cancelliere e
vicecancelliere erano rispettivamente Filippo Martini e Francesco De Feo. Alle
liti ci pensava invece il giudice conciliatore Pasquale Simeone, assistito dal
cancellerie Girolamo Piccolo. Notizie più approfondite ne abbiamo però solo
sugli ultimi anni di fine secolo, a partire dal 1889, allorquando primo
cittadino del paese, nonché presidente del Circolo dell'Indipendenza, era
Giovanni Barionovi, coadiuvato da Errico Pepicelli nella qualità di segretario e
da Luigi De Maria che faceva l'esattore. Gli assessori erano invece Alessandro
Pagnozzi, Giacinto Barionovi, Girolamo De Nicolais e Pasquale Simeone.
Addirittura sei i parroci: Giuseppe Pisanelli della parrocchia di San Marciano,
Pasquale De Dona della parrocchia di San Potito, Vincenzo Barionovi della
parrocchia di Sant'Adiutore, Vincenzo Marro della parrocchia di San Gennaro,
Angelo Ragucci della parrocchia di San Nicola e Giuseppe Clemente della
parrocchia di Santa Maria alla Valle. Giuseppe De Maria era il presidente della
Congrega di Carità; ben diciotto, i componenti della famiglia clericale:
Mariano, Pietro e Antonio Valente, Pasquale Cecere, Giuseppe De Maria, Michele
Dorio, Andrea, Giuseppe, Pasquale e Luigi Bove, Francesco Barionovi, Francesco
Bianco, Zaccheria Clemente, Francesco De Nicolais, Antonio Cioffi, Nicola
Simenone, Raffaele e Vincenzo Cioffi. Pare che gli oltre 7.000 cervinaresi
dell'epoca mandassero fra i banchi quasi 800 alunni, dislocati nelle 8 scuole
elementari, sotto la guida degli insegnanti Nicola Simeone, Antonio Valente,
Francesco Mainolfi, Francesco Bianco, Carmela ed Elisabetta Cavaccini, Blandina
Cioffi e Teresa Iuliano. Erano i tempi in cui ai vecchi medici andò ad
aggiungersi il chirurgo condottato Pietro De Nicolais e una nuova levatrice
nella persona di Filomena Viggiano. Nella schiera dei professionisti laureati
figuravano - oltre gli ingegneri Saverio Rossi e Luigi De Nicolais, il medico
chirurgo condottato Giuseppe Ferrannini e la levatrice condottata Coletta Palma
- gli avvocati Francesco Cecere, Giovanni Bruno, Nicola Mendozza, Gennaro
Boccalone e Angelo Maietta; i farmacisti Luigi Cecere, Giuseppe Boccalone,
Scipione Madonna; gli altri medici-chirurghi Clemente Mercaldo, Luigi Girardi e
Vincenzo Cecere.
Giovanna Mignuolo e Antonio Iuliano erano gli albergatori del paese che
offrivano un posto per pernottare. Gennaro Sorice, Giuseppe Crispino e Marco
Marro si davano da fare con le armi, nella vendita e negli aggiusti. Francesco,
Giuseppe e Domenico Cioffi, Girolamo Marro, Michele Villacci e Antonio Mauriello
costruivano botti. Giuseppe Cioffi, Francesco, Giovanni e Ferdinando Pitaniello,
Luigi Cappabianca e Francesco Fuccio facevano i barbieri. Nei loro saloni,
qualche volta, si presentavano a perdicchiare tempo i tanti artigiani, dopo un
buon caffè gustato da Mariantonio Cincotti oppure nelle altre caffetterie, cioè
da Raffaele De Notaris, Lucia De Girolamo e Felice Cincotti. Di fama, non solo
locale, erano i proprietari di cave di pietra Giuseppe Visconti, Francesco
Ricci, Nicola Visconti e Vincenzo Simeone; questi ultimi due, insieme a Domenico
Simeone, andavano alla ricerca delle venature più estrose per lavorare la pietra
e il marmo secondo antica tradizione. Dicevamo degli artigiani. Possiamo
ricordare i capimastri muratori (Antonio Bianco, Antuono, Gaspare e Giambattista
Mercaldo, Angelantonio e Pasquale Gervasi), la schiera dei calzolai (Domenico
D'Agostino, Domenico Cioffi, Arcangelo Moscatiello, Berardino Iuliano, Michele e
Giuseppe Pitaniello, Alfonso e Orazio Miele), i cappellai (Raffaele Ippolito,
Luigi Cappabianca e Francesco Ricci), i commercianti in genere di moda Emilia
Candela, Concetta Brevetti, Mariantonia Mercaldo, Nicola Caniello, Luigi
Cappabianca, Giacomo e Antonio Cincotti; del commissionario Girolamo Piccolo e i
droghieri Pasquale e Luigi Cioffi. Non possiamo qui dimenticare i fabbricatori
di stoffe e di tele Marianna De Simone e Carmela D'Onofrio, Filomena Valente e
Maria Cioffi; di cera, come Pasquale Telaro, e quelli di mobili Angelantonio
Marro, Giuseppe Fierro, Pasquale e Luigi Perrotta, e Domenico Cioffi. Vendevano
mattoni e stoviglie Giovanni e Raffaele Niro; Matteo De Dona, Lorenzo Cioffi,
Saverio e Andrea Caporaso erano negozianti in olii; da non dimenticare quelli di
tessuti Antonio e Giacomo Cincotti, Nicola Caniello, Concetta Brevetti, Emilia
Candela e quelli di legnami, Pasquale e Luigi Perrotta, Domenico Mercaldo e
Girolamo Marro. Due i fabbricanti di sedie, Agostino Miele e Pasquale Ricci, e
uno quello di gassose, Antonio De Maria. Anche se quasi ogni famiglia allevava
in casa il maiale o degli agnelli, vi erano comunque i beccai Antonio Iuliano,
Pasquale, Giovanni e Raffaele Cappabianca, Andrea Iuliano e Francesco Fucci che
"sfasciavano" la carne, oltre i mugnai Angelantonio e Pasquale Mastone,
Alessandro Cioffi, Pasquale Moscatiello, Giovanni e Vincenzo Befi, i panettieri,
Onofrio Cioffi, Raffaele De Dona, Giuseppe e Raffaele Cioffi, e i negozianti in
grani e farine Pietrantonio Cioffi, Luigi Lanzilli e Giuseppe e Raffaele Cioffi;
ai vini ci pensava invece Raffaele Milanese. La frutta toccava a Pasquale
Moscatiello e Pasquale Taddeo; e tre erano le fruttaiuole: Rosa Pitaniello,
Angelamaria D'Agostino e Carmela D'Onofrio. Ancora i fabbri-ferrai Giovanni e
Diodato Ricci, e Lorenzo, Pasquale e Gregorio Brevetti, al pari dei falegnami
Raffaele Cincotti, Raffaele Mauriello, Antonio Cioffi, Carlo e Stefano Bianco,
Antonio Mauriello e Giuseppe Villacci. E i sensali: Nicola e Giuseppe Cioffi,
Giuseppe Esposito, Luigi Celentano, Ferdinando Villacci, Giuseppe Simeone,
Pietro Stellato, Carminantonio Finelli e Antonio Lanzilli. E che dire degli
orologiai Giuseppe e Francesco Cioffi, del pittore di stanze Nicola Esposito,
dei fuochisti pirotecnici Carmine Leone e Francesco Starace; dei sarti Luigi
Ricci, Giuseppe Russo, Carlo e Francesco Ricci e Vincenzo Vassallo; gli speziali
manuali Giuseppe Tagliaferri e Antonio De Maria. Vi erano poi i venditori di
generi diveri Giacomo e Antonio Cincotti; quelli di cuoiami Lorenzo Cioffi e
Vincenzo Pitaliello. Nomi e cognomi che ricorrono tutt'oggi.
Un fiaschetto di vino lo si poteva trovare nelle trattorie, da Clemente Taddeo e
Giovanni Mignuolo, o dai bettolieri, Fortunato Cappabianca, Giovanni Telaro,
Luigi, Gabriele e Clemente Taddeo, accompagnato o meno da un nostrano piatto
caldo. Per chiudere poi il pranzetto, più o meno leggero, bastava un buon sigaro
da comprare in uno dei vari tabacchini. Giuseppe Cioffi, donna Carmela Vele,
Nicola Moscatiello, Giuseppe Ricci, Giovannantonio D'Onofrio o Francesco
Ruggiero conoscevano bene "tabacchi" e "pacchetti".
Sono ancora visibili, a monte dell'attuale abi- tato di Cervinara, i ruderi del
vecchio Castello. Si tratta di un'antica fortezza risalente all'epoca dei
Longobardi e dei Normanni, ma distrutta e ricostruita più volte a causa delle
varie invasioni, costituita da una torre e da una cinta muraria. Nel 1528 ne
abbiamo notizia come "castello antiquo e mezzo rovinato", probabilemente
costruito su un iniziale perimetro di un Oppidum sannitico, ossia un villaggio
di pastori recintato da una serie di possenti mura lunghe ben 600 metri. Oggi
non resta altro che parte di una torre e parte delle mura di cinta. Articolata
in tre piani, la torre, a pianta quadra, presenta un basamento a scarpata con
una grande finestra e delle fuciliere al primo e al secondo piano. E' ancora ben
visibile una bocca delle ciminiere per le segnalazioni di fumo. E' possibile
risalire ad un progetto iniziale della cinta muraria di ben sette torri e
torrette pentagonali, raramente a forma cilindrica, ma resta pressoché
sconosciuta l'originaria pianta complessiva. E' pensabile che le torrette siano
comparse in un periodo successivo agli Svevi. Nel 1264 sappiamo di una casa
ubicata presso la cinta muraria del Castello, poi più nulla, relativamente al
maniero, per via delle continue distruzioni. Gli stessi signori, possessori
della terra di Cervinara, dipenderanno dal vicino Castello di Airola e ne
saranno addirittura suffeudatari. Alla fine del 1200 il Castello di Cervinara
era già un ricordo. Adesso c'era l'Università e il potere posseduto dal signore
appariva sempre più solo un titolo per le tasse: la sede, ormai in rovina,
contava poco.
Sarà poi con il sopraggiungere dei Francesi, e quindi con i de la Gonesse, che
nascerà un palazzo, una chiesa e una piazza: il nuovo Castrum del dopo-medioevo.
(Anna Lisa Barbato)
Il 29 e il 30 novembre del 1860 gli abitanti di Cervinara insorsero contro il
governo piemon tese, dando inizio al brigantaggio post-unitario del Partenio e
della Valle Caudina. Ma Cervinara era già nota alle forze dell'ordine per i
fatti seguiti al 1848. La stessa insurrezione napoletana del 15 maggio era stata
organizzata a Cervinara da Nicola Nisco di San Giorgio del Sannio. L'agitazione
in Valle Caudina aveva assunto l'aspetto di una rivendicazione, portando ad un
nuovo tentativo di appropriazione delle terre quel 10 settembre, fomentato -
scrive Cioffi - da elementi borghesi al grido di "Viva il comunismo, Viva la
repubblica, ci dobbiamo dividere le robe altrui, Vogliamo dividerci i terreni",
accompagnato da colpi di fucile. Protagonisti ne erano i fratelli Verna,
Pasquale Del Balzo, Giovanni Gallo, Alessio Vaccariello, Crescenzo Taddeo,
Giuseppe Perone, Nicola Capparelli e Francesco De Marco. L'elezione di Bernardo
De Bellis a capo provvisorio della locale Guardia Nazionale - ci ricorda
Vincenzo Cioffi - aveva già provocato un aspro conflitto che il comandante della
Polizia, Giovanni Sbordone, non aveva esitato a definire "guerra civile" nel
rapporto del 9 aprile 1849. Tutti elementi che sarebbero risultati scintille per
il brigantaggio. Si cominciò con le piccole bande capeggiate da Andrea De Masi
di Buccino, più noto come Miseria, e quelle dei fratelli Giovanni e Tommaso
Romano di Limatola, fino alla grande ammucchiata di decine e decine di uomini e
donne che andarono ad ingrossare le file dell'esercito fuorilegge di Cipriano La
Gala, il feroce criminale di Nola evaso dal carcere di Castellammare insieme al
fratello Giona e ad altri detenuti, che contava oltre 500 seguaci. Ci è nota
l'insurrezione di Cervinara del 29 novembre 1860, che ebbe per premessa la
rivalità tra alcune famiglie di possidenti - ricorda Cioffi - fra i quali i
quattro fratelli Giuseppe, Donato, Luigi ed Angelo Doria che complottarono con
Giovanni Sacco, Angelo Romano, Giuseppe Cioffi e Tommaso Taddeo per vedersi
riconosciuta la "patente" di nobiltà. Il 29 novembre, capitanata dal sarto
Domenico Cioffi e dai pastori Elia e Felice Taddeo, "un'orda di contadini si
gittò in paese", dirigendosi verso la sede della Guardia Nazionale. L'intervento
delle truppe garibaldine verso sera, aveva già fatto prendere la via dei monti
ai promotori della rivolta. Non erano mancati i primi morti innocenti e 40
furono gli arrestati. In meno di un anno le comitive brigantesche erano
cresciute in numero ed aggressività, saccheggiando di tanto in tanto i paesi a
valle del Partenio.
I briganti erano soliti mandare un "biglietto di richiesta" ai galantuomini dei
paesi della zona per avere armi, cibo e denaro. Pena: rapimenti, orecchie
mozzate, gambizzazioni, uccisioni. Chiaramente chi spediva da mangiare alla
banda doveva stare attento a non farsi scoprire finendo nella lista nera della
Guardia Nazionale come manutengolo o favoreggiatore. Fu il caso di alcuni
componenti la famiglia Cecere di Ferrari, località dove già erano stati uccisi
Saverio Sorice e la moglie Gelsomina Cioffi e il figlio, che avevano aiutato la
banda di Fuoco e Pace. La GN effettuò anche degli arresti, come per Pasqualina
Varrecchione, diventata druda del capobrigante Pico, o delle sorelle Moscatiello,
alla contarda Grottola, drude di Fuoco, e di altri 8 manutengoli. In altri casi
non mancarono delle scarcerazioni, come per Vincenzo Sacco, inizialmente
accusato di essere un manutengolo della Banda Fuoco. Le cose erano però
peggiorate con l'arrivo di La Gala, nonostante i rastrellamenti di Carabinieri e
Bersaglieri piemontesi. Il feroce capogrigante che si spostava indisturabato sui
monti, muovendo richieste a destra e a Manca, dalla Valle Caudina al Vallo Lauro
Baianese. "Stimatissimo Signor Don Gaetano - scriveva La Gala ad un possidente
firmandosi "Capo della Commitiva" - vi prego di mandarmi qualche cosa per questa
oggi perché ci troviamo senza un grano perciò vi prego per titolo di carità, e
potete consegnare alla presente. Si scoprì poi che quella lettera poteva essere
falsa, avvalorando la tesi che altri malandrini, in nome dei briganti,
incassavano soldi per conto proprio. Dopo aver scorrazzato per il Vallo di
Lauro, La Gala decise - male - di fuggire sulle montagne del Partenio. "Era la
banda del Cipriano - scrive Carlo Guerrieri Gonzaga - cresciuta ben presto di
parecchie centinaia di seguaci. Non v'era villaggio tra Caserta e Nolada un
canto, Benevento e Avellino dall'altro, che non gli avesse fornito il suo
contingente". E dal Nolano, la banda si affacciò sui monti di Caserta per i
poggi di Cancello, il monte Felino, il piano Majuri, i Cigli d'Avella e il Campo
di Summonte. Airola, Arpaia, Arienzo, Cervinara, Montesarchio, San Martino...
non ci pensò due volte ad attaccare i militi. 10 soldati morti dei due drappelli
del distaccamento di Cervinara, al comando del Generale Pinelli con sede a Nola,
furono il bigliettino da visita di La Gala. Disfatta tragica anche per la
Guardia Nazionale di San Martino, il 29 ottobre 1861, che vide perire un
ufficiale e cinque uomini. Non mancarono gravi accuse all'allora sindaco
Francesco Del Balzo per presunte responsabilità colpose nell'eccidio. Strage che
precedette di poche ore l'arrivo dei nuovi Generali (Lamarmora sostituiva
Cialdini a Napoli; Franzini, Pinenelli a Nola) che portarono a Nola perfino una
sezione di artiglieri di montagna e cavalleggeri di Lucca, con immediate
perlustrazioni generali del 180 battaglione tra Cancello, Arienzo, Arpaia,
Cervinara, Montesarchio, Benevento, insieme ai distaccamenti del 120 di linea.
Ma fu l'approssimarsi del generale inverno, il vero nemico. Autentici criminali
- scrive Francesco Barra - brutale e rozzo Giona, assai più abile ed evoluto
Cipriano, i due fratelli che vantavano gravissimi precedenti penali prima del
1860, non possono aspirare ad un movente politico, né sociale. Sarebbero rimasti
insomma sicuramente in carcere se non avessero accettato la strumentalizzazione
borbonica, in cambio della libertà, con l'avvento del nuovo Stato unitario, che
gli aveva fornito protezioni e finanziamenti occulti. Ma La Gala reastava un
criminale, un affiliato alla camorra. Un bandito urbano - conclude Barra - più
che rurale; un camorrista, più che un brigante. Era comunque un furbo che
prendeva continuamente in giro i soldatini piemontesi, scampando ai loro agguati
in tutta la Valle Caudina, come quella volta che scapparono su per lo scosceso
vallone di Cervinara, inseguiti dai bersaglieri, e poi giù, per il dirupo,
lasciando vesti ed armi. Quel giorno, per esempio, era stato ordinato alle
guardie del paese di piantonare il burrone, ma al momento oppurtuno non vi si
trovò nessuno, rinchiudendosi i militi nelle proprie case, mentre i briganti,
durante la precipitosa fuga dopo il saccheggio, furono per poco tempo inseguiti
solo dagli spaesati bersaglieri che non conoscevano la zona.
Era il 14 dicembre 1861, il giorno dell'ultimo saccheggio. La banda di La Gala,
poche lune prima di essere annientata dai bersaglieri del Generale Franzini sul
Piano Majuri, un pianoro fra monti di Avella e Cervinara, era riuscita a
saccheggiare le frazioni di Castello, Joffredo e Ferrari. Il 18, infatti, fu
sorpresa ed attaccata alla baionetta. Una quarantina i malandrini che rimasero a
terra, qualche storico parla di 31 uomini uccisi sul piano Cornito. Cipriano,
Giona e i superstiti riuscirono però a scappare a Valle, cercando scampo sul
Taburno. Ma la loro disfatta fu sancita tra Carvinara e Montesarchio, con un
intervento del distaccamento del VI Fanteria, comandato da Gaetano Negri, futuro
storico, senatore e sindaco di Milano. I due, ancora una volta, sciolta la
banda, riuscirono a fuggire definitivamente, riparando nello Stato Pontificio,
dove dilapidarono la ricchezza male acquisita. (Un'altra parte del bottino,
abbandonata durante il fuggi-fuggi, sarebbe poi stata ritrovata appena qualche
decennio fa, in un terreno privato, nel corso dello scavo di un pozzo, donando
improvvisa ricchezza al fortunato.) Capito insomma che la partita era ormai
persa, si diedero alla pazza gioia e ai divertimenti, mentre sulle montagne
irpine non rimanevano a battersi che pochi disperati, destinati a cadere sotto i
colpi della represssione. Due anni più tardi decisero di riparare in Francia,
non sentendosi sicuri più neppure a Roma, imbarcandosi a Civitavecchia sul
piroscafo "Aunis". Gli andò male e, il 18 luglio 1863, mentre la nave francese
diretta a Marsiglia faceva sosta a Genova, furono arrestati, non senza
conseguenze diplomatiche, seriamente compromesse tra Italia e Francia. Giona e
Cipriano La Gala riuscirono a far parlare si se ancora per molti anni.
Il processo si svolse nel febbraio-marzo 1864 davanti alla Corte d'Assise di
Santa Maria Capua Vetere, ed ebbe risonanza internazionale con la presenza della
stampa estera. I fratelli La Gala vennero condannati a morte, mentre i loro
compagni, Domenico Papa e Giovanni D'Avanzo insieme ad essi catturati sulla
nave, se la cavarono chi con i lavori forzati, chi scontando una pena a venti
anni. Giusto per chiudere l'incidente diplomatico con la Francia, però, l'Italia
dovette commutare la pena, degli ormai famosissimi briganti, con l'ergastolo.
Al progresso civile ed economico di Cervinara contribuirono, nei primi anni
del 1900, la costruzione della ferrovia Benevento-Cancello, la realizzazione di
un acquedotto locale e la nascita di una centrale elettrica.
Il nuovo secolo si era aperto senza grandi cambiamenti nella vita politica e
amministrativa di Cervinara: i possidenti mantenevano le loro proprietà; i
contadini, servendosi delle proprie braccia, si affacciavano al mondo con la
speranza di sempre. Continuavano a dividere il raccolto con i proprietari, a
portargli i capponi nelle ricorrenze civili e religiose, riuscendo a stento a
mettere da parte i pochi risparmi che certo non sarebbero bastati ad acquistare
terreni, ma a dare vita a quel triste fenomeno che è l'emigrazione. Pur
tuttavia, qualcuno, spostatosi verso il borgo, riuscì a mettere in piedi
un'attività artigianale. Il rimanente basso ceto, i figli dei braccianti, dei
giornalieri, degli artigiani, nonché qualche sporadico possidente, scelsero però
nell'emigrazione la soluzione più giusta ai propri problemi.
Alcuni avevano preferito abbandonare la vita rurale già alla fine del secolo
scorso, in vista di più facili e immediati guadagni oltreoceano. Chi c'era
stato, e aveva fatto "fortuna", anche come scaricatore di porto o come minatore,
era ritornato diffondendo tra il popolo l'immagine di un'America ricca e
florida. Seguendo le orme di quegli "avventurieri" imbarcatisi al porto di
Napoli, si partì sempre più spesso, sperando nella stessa fortuna. Ma
l'imminente scoppio della Prima Guerra Mondiale richiese quelle braccia al
fronte: la grande emigrazione era rimandata. Molti cervinaresi non fecero più
ritorno. Poveri soldati come Amatiello, Befi, Bizzarro, Bove, Buccieri, Campana,
Calabrese, Garofalo, Ceccarelli, Cerasuolo ed un altro centinaio, come risulta
dall'elenco ufficiale dell'Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi di
Guerra, non fecero più ritorno. I reduci si ritrovarono nuovamente nei campi,
stavolta incolti. Anche i vecchi capivano: la campagna non poteva continuare a
dare, ai loro figli, ciò di cui essi si erano accontentati. L'indelebile marchio
del "servo della terra" doveva scomparire; la guerra aveva riaperto le speranze:
gli stenti erano abrogati. Si sentiva il bisogno di una vita diversa, in
direzione di Napoli, oppure, della cara vecchia America. Più di 4 milioni di
italiani entrarono negli Stati Uniti nei decenni a cavallo del secolo. Sono
contadini del Mezzogiorno, inseriti d'impatto nel processo di sviluppo
industriale americano di quegli anni.
Quasi un terzo di essi si stabilirono a New York, diventa quasi una grande città
"italiana". E' un'altra piccola Italia, la Little Italy. Fu questo uno dei
motivi che spinsero il governo degli Usa ad emanare delle leggi restrittive,
impedendo l'ingresso agli analfabeti di razza bianca, riducendo gli italiani
ammessi ogni anno a 3.845 unità contro i 409.239 che si erano recati in America
nel 1920 procurando un dissesto nell'equilibrio demografico della regione
Campania. Avellino era l'unico centro della provincia a superare i 10.000
abitanti tra il '21 ed il '31. Anche Cervinara diede il suo contributo. Ma
quanti degli oltre 200 cervinaresi che nel 1930 ancora restavano in contatto col
paese natio fecero fortuna? Potremmo parlare di Gaetano e Antonio Clemente,
Antonio e Pasquale Sorge, Antonio Martone, Onorio Ruotolo, del dottor Salvatore
Brevetti, di Antonio Mercaldi, Antonio Leparulo, Ferdinando De Dona, Carmine
Russo, Nicola Villacci, Alberto Milanese, Carmine Clemente, degli Onor Prisco e
Nicola Vecchione. Ma gli altri fecero veramente fortuna? Addirittura c'è chi
sottoscrisse somme per il monumento da erigersi nella piazza di Cervinara e mai
pagò, forse per miseria, forse per errore, forse per dispetto. Gente come
Carmine Buccieri, Salvatore Brevetti, Angelo Cillo, Emilio, Raffaele e Giuseppe
Cioffi, Domenico Cappabianca, Pasquale del Balzo, Francesco D'Agostino, Giovanni
Finelli, Francesco Formato, Luigi e Andrea Iuliano, Francesco Lippoli, Domenico
e Francesco Mercaldo, Giuseppe Madonna, Pasquale Taddeo, Orazio Vaccarelli,
Antonio Zucale, la signora e la signorina Villacci. Con quest'ultima famiglia
dovette accadere qualche diverbio di cui nulla sappiamo se è vero che Nicola
Villacci, tempo addietro, aveva offerto ben 900 dollari (verdoni americani del
1930) che mai sborsò alla giusta causa. "Molti in Italia o in Europa", scriveva
il Cavaliere Gaetano Clemente, "hanno la convinzione che l'America è la terra
dell'oro; è la terra dove si inciampa contro la ricchezza e che per divenire
ricco basta semplicemente volerlo-sogni chimerici!". Chissà quanti cervinaresi,
intrepresa una carriera e gettatisi negli affari, fecero marcia indietro,
"ritirandosi scoraggiati dopo averci rimesso del tempo prezioso per lanciare la
loro impresa e soprattutto dopo avere assorbito fino all'ultimo soldo che
avevano messo da parte a furia di stenti e privazioni". Il Cavaliere Clemente
scrisse che i suoi primi affari furono di una meschinità unica. Lui non pensava
classicamente "Quello che non guadagno finanziariamente adesso lo guadagno in
cognizioni che domani mi daranno quello che rimetto oggi". Che tradotto in
dollaroni, pardon, in soldoni, significa che o guadagni da subito o cambi
mestiere. Nato a Cervinara nel 1865, si può dire che Gateno Clemente, alla
stregua dei fratelli Palermo, fu il cervinarese più fortunato d'America.
Emigrato nel 1902, dopo aver sperimentato le proprie capacità con i primi lavori
stradali in Valle Caudina, cercò subito qualcosa da fare a più ampio respiro,
fino a farsi un nome nell'ambiente edilizio e arrivando a fondare la Clemente
Contracting Company del Bronx, una ditta che, prima di espandersi, si occupava
appena di escavazioni e di costruzioni, realizzando tunnels e fondamenta
sull'isola di Manhattan. Fra le opere più importanti ricordiamo gli edifici che
formarono il più grande Medical Centre del mondo a Washington Height dove
sventolò alto il tricolore, oltre alcune strade newyorkesi alle quali furono
dati i nomi dei due illustri connazionali Casanova e Barretto. Il Cavaliere
impiegava solo mano d'opera italiana. Un uomo che si fece da sé: un vero ed
autentico "self-made man". Altre opere del suo ingegno furono il Polyclinic
Hospital, alcuni edifici della Fordham University ed altri edifici importanti,
contribuendo anche all'erezione e al mantenimento della Casa Italiana di Cultura
presso la Columbia University, elargendo inoltre somme per ospedali e chiese. Ed
a lui si deve anche l'erezione del monumento ai 100 caduti della Grande Guerra,
per esclusiva contribuzione dei cervinaresi d'America, ricevendo medaglia d'Oro
alla esposizione e Fiera Campionaria di Tripoli, sotto l'alto patronato di
Benito Mussolini. Egli si recherà a Cervinara per inaugurare personalmente il
monumento ai caduti eroici, opera di grande valore ideata e scolpita da un mago
dell'arte, anch'egli cervinarese, popolarissimo all'epoca, Onofrio Ruotolo.
Clemente, insomma si circondò sempre di cervinaresi, come nel caso di Carmine
Clemente, presidente della Clemente Brothers, e Antonio Mercaldi, che raccolse i
fondi per il monumento nel banchetto del giugno 1927, nella Lotteria, nel
Concerto e Ballo del 1928, alla festa di San Clemente, nella pubblicazione di un
"souvenir". Il monumento che ancora vediamo nella piazza di Cervinara fu
inaugurato il 17 agosto 1930, con un solo pensiero "clemen-tiano" rivolto agli
orfani: "Vivere pericolosamente - abbiate fede in quello che fate ed il successo
sarà vostro". Fra quegli eroi ricordiamo: il maggiore di fanteria Michele De
Dona, ch'ebbe medaglia d'argento l'11 aprile del 1918 per aver dato l'assalto ad
una posizione avversaria difesa da mitragliatrici e fucilieri il 25 agosto del
1927 a Tolmino; il sottotenente Giuseppe De Maria, medaglia di bronzo alla
memoria; e i soldati Pietro Ferraro e Giovanni Girardi, anch'essi medagliati col
bronzo. I cervinaresi d'America, a dire il vero, sono stati sempre uniti. Fin
dal 1915 avevano scritto un'altra pagina di patriottismo e di fratellanza,
organizzando la Loggia Cervinara Valle Caudina del grande Ordine Figli d'Italia
in America, grazie ad Antonio Mercaldi, Michele Battuello e Luigi Moscatiello
che aggregarono consensi nel Circolo Educativo Cervinara, dove i compaesani si
riunivano quotidianamente. Un circolo con a presidente Mercaldi, a vice
Arcangelo Ricci, Pasquale Moscatiello a segretario; Domenico Cappabianca era il
cassiere, Antonio Martone il provveditore (detto Zì Totonno), Giuseppe
Moscatiello e Giuseppe Cioffi, i curatori. Una Loggia di tutto rispetto con il
venerabile Vincenzo Baldini, l'assistente Silvio Rosati, l'ex venerabile
Pellegrino Moscatiello, l'oratore Luigi Moscatiello, i segretari Andrea Bello e
Otello Rapini, i curatori Michele Battuello, Raffaele e Daniele Ricci, Francesco
Formato e Antonio Fogliani, i cerimonieri Luigi Battuello e Florio Stumpo, la
sentinella Felice Cataldo e il medico sociale Salvatore Brevetti.
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